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Nel numero 18 parlavo della terra isolana
paesaggio di giardini ed inesplorate complessità
Si ragionava attorno sul paesaggio e passaggi
in una tinta con un forte carattere mediterraneo
raccogliendo suggestioni frammentate dove
il progetto e la trasformazione s'intrecciavano
in una sorta di caleidoscopio…
o meglio un cannocchiale
come se adoperato da molta distanza
tanto da percepire il frammentismo un'immagine
sfumata in un'unica figura…
ma adoperandosi ad aggiungere lente addizionali
affiorano e si disvelano
le straordinarie differenze,
le scuole,
le città…
l'interno ed il contorno…
Credo sia utile, anche se ho già promosso in altri
ambiti, affiancare questo testo di
Marcello Panzarella
…Una riflessione sullo scambio generazionale…
un mutamento del paesaggio e dell'uso dello spazio
con uno sguardo angolato tra Cefalù e Palermo
rivolto al mondo:
Rielaborazione di uno scritto pubblicato nel volume: VINCENZO MELLUSO, L'architettura come distanza,
Erid'A/Kappa, Roma 1999, pp. 6-15.
La distanza
L’opera di Culotta e Leone, e gli ambiti di ricerca dell’architettura recente in Sicilia.
di MARCELLO PANZARELLA
Sull’architettura più recente prodotta dai progettisti siciliani è davvero difficile trovare pronunciamenti critici che vadano oltre il breve saggio d’occasione. Alle ormai numerose pubblicazioni di più opere siciliane sulle riviste e negli annali non si è affiancato un adeguato sforzo di documentazione, di descrizione, d’interpretazione. Solo Fulvio Irace ha manifestato una certa continuità d’attenzione1, cui si sono poi aggiunti alcuni interventi di Claudia Conforti2. Perdurano, presso il pubblico colto, la manifestazione di una certa curiosità, alcune attestazioni d’apprezzamento, qualche rilievo. Soprattutto colpiscono, a parte le eccezioni citate, qualche confusione a proposito dei luoghi, l’indifferenza riguardo ad alcuni fatti, una certa indistinzione delle personalità. Naturalmente, se questa è la situazione, ciò potrà pure dipendere da una marginalità, vera o supposta, della ricerca architettonica condotta oggi in Sicilia, fatta però salva proprio la necessità d’intendersi su questo concetto di marginalità.
In più osservatori è comunque presente l’individuazione di un rapporto stretto tra la ricerca svolta nella Facoltà d’Architettura palermitana e gli esempi più interessanti di architetture realizzate in tutto il territorio regionale. Tuttavia è difficile trovare nella pubblicistica un’intenzione di sistemazione, o lo sforzo d’individuare ascendenze o di leggere differenze significative tra gli obiettivi, i temi di ricerca, le posizioni concettuali degli architetti siciliani contemporanei. Io comunque credo che, all’interno del campo dell’architettura in Sicilia, sia già possibile distinguere alcuni nuclei più chiaramente riconoscibili, anche se probabilmente le differenze che da vicino risaltano, da lontano potranno apparire assai sfumate; inoltre le influenze reciproche o il comune operare in una situazione di vicinanza possono avere effetti non immediatamente percepiti da chi è immerso nelle contingenze. Passiamo perciò a vedere più da vicino di che si tratta, ed entriamo subito nel merito di uno tra i centri più chiaramente identificabili, per scoprire fino a che punto ne sia conosciuta la produzione e per comprendere in quale misura ne siano davvero noti i tratti distintivi.
Dopo Tommaso Giura Longo, che ne colse alcuni caratteri sul primo manifestarsi, e che ne fornì anche la denominazione originale (1978)3, Antonio
Angelillo, a parecchi anni di distanza, ha esplicitamente riconosciuto (1994), all’interno dell’architettura contemporanea della Sicilia, la presenza di una “scuola di Cefalù”, riprendendone en passant il nome e nominando qualcuno tra i suoi esponenti4. Oltre ai citati Irace e Conforti, si può fare riferimento soprattutto a Pino Scaglione, per il quale “Cefalù [...] è il nuovo riferimento per quanti volessero [...] capire [...] come nasce, si sviluppa e si forma una scuola”, e ad Antonino Saggio, che in una breve trattazione giornalistica sulle contemporanee architetture nell’Isola individua Cefalù come un laboratorio di sperimentazione per il rinnovamento dell’architettura in Sicilia5. Franco
Purini, a proposito di alcuni modi nella produzione recente del paesaggio italiano, fa solo un lapidario riferimento alle “tarsie di
Culotta, Leone, Panzarella nel microtessuto di Cefalù”, e infine distingue e raggruppa assieme - senza indicarne la collocazione - i “sommessi commenti di Aprile,
Collovà, La Rocca”6. Non si dispone, in effetti, di molto di più7.
Ma lo stesso Purini, che guarda sempre con molta attenzione ai rapporti tra società, professione e scuola, a proposito della Facoltà d’Architettura di Palermo ha uno spunto che meriterebbe uno sviluppo. Cosa dice Purini di così particolare? Sostiene che “la scuola di Palermo vive idealmente tra Porto e il nord più nordico possibile”8. Si tratta anche qui di un’affermazione lapidaria: io mi propongo di svilupparla un po’.
Ma è necessario, per far ciò, tentare una breve delineazione dell’origine e dei tratti di questa cosiddetta “scuola”. Non c’è dubbio ch’essa coincida largamente con l’operosità e la produzione degli architetti Culotta e Leone, associati in studio fin dal 1963. È pure immediatamente evidente che essi, a partire dalla loro esperienza, hanno saputo suscitare una partecipazione, un’aggregazione locale d'intenzioni, una vera discussione sull’architettura, serrata seppure localmente circoscritta. Ne è derivata una produzione d'altre architetture, all’inizio insediate nell’intorno della stessa
Cefalù, e poi a mano a mano diffuse nell’area regionale, a misura del crescente impegno d’entrambi gli architetti nell’insegnamento nella facoltà palermitana e nella promozione d’attenzioni sull’architettura attraverso una pluralità d’iniziative e di pubblicazioni.
L’opera di Culotta e Leone - come pure la produzione della cosiddetta “scuola di Cefalù” - hanno sicuramente suscitato curiosità, interesse, ma anche una sorta di sconcerto, forse per la difficile collocabilità della loro ricerca dentro una delineazione organica, conseguente e lineare, dello sviluppo dell’architettura italiana degli ultimi quarant’anni.
A partire dagli aspetti legati all’espressione linguistica, certamente in questo caso non secondari, è accaduto che i lettori più estemporanei ne abbiano inteso l’opera prevalentemente quale esito d’una lunga tradizione siciliana improntata all’esteriorità. Io però credo che il modo scontato e il tono non meditato di talune tra queste osservazioni nascano soprattutto dal disorientamento di fronte ad esiti in qualche modo estranei ad un mainstream dell’architettura italiana contemporanea, e siano più propriamente indice d’una mancanza di strumenti critici, oltreché d’una carenza d'informazioni anche spicciole. L’attenzione per l’espressione linguistica in chi legge l’opera può così risultare anche maggiore di quella prestatale da chi l’ha progettata e costruita.
Io credo, come mi riprometto di dimostrare ed illustrare più ampiamente altrove, che nel momento iniziale della sua costituzione l’esperienza della “scuola di Cefalù” si sia fondata, per forza di circostanze, su un'osservazione dell’esperienza del moderno effettuata attraverso il filtro d’esperienze lontane, prevalentemente americane, per una condizione sentita come simile - remota e mediata - nell’acquisizione, ed in mescolanza con ragioni d’attenzione anche biografiche ed affettive.
In Sicilia l’esperienza del Moderno in architettura era stata assai parziale e compromessa, anche se non così intempestiva come vorrebbe l’acritica estensione d’un luogo comune assai diffuso, riguardante il cosiddetto “ritardo siciliano”. Bisogna però riconoscere che solo a Messina tale esperienza s’era prodotta in quantità più sensibile, in maniera più decisa, e con maggiori esiti di qualità9. Nel resto dell’Isola, e ci riferiamo a Catania ma soprattutto a Palermo, malgrado una tradizione disciplinare in grado d’esprimere con continuità forti intenzioni di rinnovamento, e nonostante la presenza d’alcune figure d’architetto capaci d'avviare o aggiornare la propria ricerca, non era però riuscita ad innescarsi una vera o robusta tradizione locale del Moderno10: erano mancati, o non erano riusciti ad emergere, dei maestri riconoscibili per autorevolezza e copiosità di produzione. Di ciò, ma anche della sostanziale marginalità della ricerca architettonica nell’Isola nei vent’anni seguiti al secondo conflitto mondiale, occorrerà che ci diano descrizione e spiegazione gli storici dell’architettura, che pure in Sicilia non mancano. Resta il fatto che quelli sono stati gli anni di Palermo neo-capitale dell’autonomia regionale, devastata e non risanata dai bombardamenti del luglio 1943, e saccheggiata dalla speculazione mafiosa nel suo territorio e nel suo paesaggio. Ancora alla metà degli anni ‘60, in quel contesto e in quella profonda e peculiare lontananza di questa così particolare regione meridionale, del dibattito italiano sull’architettura sembrano giungere solo degli echi. Della discussione contemporanea, pur così ricca ed interessante per le sue revisioni sulla modernità, e già tanto attenta ai problemi del rapporto tra l’architettura e la città, non riesce qui a trasferirsi alcunché di credibile o concretamente disponibile. Da qui, forse anche da questo, per i giovani Culotta e Leone, curiosi, informati, certamente lucidi ma sicuramente non rassegnati, nasce o si conferma un’opzione centrifuga, e si mette ben presto all’opera un’attitudine mitopoietica a radicarsi in patrie lontane. Non si trattava solo di scansare Palermo, e ciò ha prodotto risultati fino ad oggi. Penso che, pur avendo essi a mano a mano orientato la loro navigazione verso orizzonti sensibilmente più vicini, confrontabili o convergenti, per alcuni temi, con quelli presenti nel resto d’Italia, nella loro architettura d'oggi, o in quella della “scuola di Cefalù”, sia possibile rintracciare ancora, in qualche misura, una certa iniziale distanza, un sospetto d’inoperabilità nei confronti delle preoccupazioni che hanno agitato il panorama dell’architettura italiana, insieme con una preferenza a parlar d’altro ed a collocarsi idealmente altrove: Roma, Milano, ed anche Napoli, sono realmente ancora estranee nella loro attualità, ed incomparabilmente più lontane d’altre patrie dell’elezione. Lontananza, distanza, mancanza e desiderio: il parlare d’una Sicilia che - agli inizi - “è solo per avventura Sicilia”11 , mentre la Tennessee Valley
Authority, Oak Park, la costa della California, quest’ultima anche per obiettive assonanze della morfologia naturale, della vegetazione e del clima, costituiscono il sito virtuale e il primo referente dell’identificazione estraniata12 .
E qui forse si può innestare l’intuizione di Purini, pure se le sue attribuzioni rimangono solo abbozzate e per alcuni versi imperfette: Porto non è un approdo, se non per un piccolo ma compatto nucleo d’architetti palermitani, i quali però si dispongono nei suoi confronti con un atteggiamento intelligentemente critico. Le assonanze “portoghesi”, talora rinvenute o segnalate13, devono piuttosto ritenersi, specie se ci riferiamo agli architetti di
Cefalù, come fatti pregressi, o non deliberatamente perseguiti, dunque relativamente casuali, trattandosi - tutt’al più - di interessanti “casi di convergenza” in situazioni che - per qualche aspetto - risulterebbero forse confrontabili. Il “nordico più nordico possibile” invece in qualche modo descriverebbe alcuni momenti e stati d’animo o intenzioni di questa “scuola”, se ciò volesse dire la ricerca d’una condizione di solitudine all’interno del dominio della Natura, o pure una relazione di consonanza con i suoi andamenti ed i suoi materiali, e di collocazione bilanciata tra l’assecondare e l’opporsi, ed infine una scarna, ridotta, austera espressione nella rappresentazione14 .
Ciò che pochi hanno osservato, e che invece costituisce, a mio modo di vedere, l’indicazione di metodo più utile, e dunque il patrimonio più riproducibile di questa “scuola”, è stata la discussione sulla città, soprattutto la piccola città15 , e la messa in opera, attraverso una pluralità d’occasioni, d’un fil rouge che l’attraversa, così di spazi come di ragionamenti16 . La ricerca ha riguardato le strategie di collegamento, e dunque sì la “tarsia”, se con ciò s’intendano capacità ed intenzioni di produrre sintassi all’interno della città, o attenzione alla costituzione di sequenze spaziali e di percorso tra luoghi d’uso pubblico e tessuto della residenza. Nelle parti più antiche della città, come pure in quelle di costituzione più recente, al contorno della modificazione vengono sempre operate suture chiare, ma non esasperate, con un’attitudine empirica al bilanciamento tra la preesistenza e la novità, tra la memoria e l’oblio, tra la storia e l’attualità. Proprio il tema della città, e del rapporto tra l’architettura e la città, tanto presente nelle ricerche del neorazionalismo italiano, misura la distanza dell’esperienza di questo gruppo d’architetti siciliani dalle ricerche del mainstream contemporaneo italiano, e l’accurata selezione che essi hanno prodotto nell’eleggere i propri riferimenti per la ricerca. Gli studi tipologici, altrove dominanti, qui sono stati messi quasi tra parentesi. Il rapporto analisi tipologica-intervento è tenuto come insufficiente a garantire gli esiti in termini di produzione dell’architettura, se non anche un ostacolo sulla sua strada. Lo strumento della semplificazione, o riduzione linguistica, non è immediatamente fine a se stesso; esso rende possibili accorte rifusioni, il mettere insieme, in modo inedito, lezioni tratte dal passato, da occasioni specifiche e puntuali, e massimamente da alcuni maestri d’elezione: prima
Wright, ed anche gli architetti della generazione americana di mezzo, poi Le Corbusier ed Alvar
Aalto, e infine, ma sempre in filigrana, anche le trame architettoniche dell’Islam, dalle origini fino ad Hassan
Fathy.
Curiosità, pragmatismo, empiria, nessuna attitudine vernacolare, attenzione vigile, forte capacità di giudizio e selezione: questi mi appaiono, in sintesi, i tratti distintivi di quest'architettura. Il rischio maggiore ch’essa corre riguarda il suo dover sempre stare sulla corda, per bilanciare con una riflessione continua, ma estremamente necessaria, le derive erratiche
dell'empiria e della curiosità, o le direttamente opposte tentazioni della cifra, con lo sforzo di ricomporre ogni volta un quadro di coerenze, per ricondursi a concetto e generalità attraverso i percorsi continuamente mutevoli delle occasioni. Non è un rischio da poco.
Note
1 FULVIO IRACE, La rocca di Cefalù, architettura in un’enclave, rivista “Lotus international”, n. 62, 1989/2, pp. 83
ss.;
FULVIO IRACE, Sul lavoro in architettura di Culotta e Leone, nel volume, a cura di P. Scaglione, Culotta e Leone, Progetto Nuovo, L’Aquila 1989, pp. 2 s.;
FULVIO IRACE, La Sicilia degli architetti, rivista “Abitare”, n. 320, luglio-agosto 1993, pp. 53 s.;
2 CLAUDIA CONFORTI, L’architettura italiana ultima, conferenze in presentazione dell’ “Almanacco Electa dell’architettura italiana 1993”, Palermo, 7 giugno 1993, e Messina, 2 luglio 1993, poi sinteticamente riportate su “il Giornale dell’Architettura”, n. 1, ottobre 1993, p. 3;
CLAUDIA CONFORTI, nel paragrafo Architetture d’emergenza, in Introduzione al volume di A. BELLUZZI e C. CONFORTI, Architettura italiana 1944 - 1994, collana “Grandi Opere - Guide all’architettura moderna”, Editori
Laterza, Roma-Bari 1994, pp. 101-107;
3 Tra i primi ad intuire i tratti d’una “scuola” in formazione, attorno a Culotta e Leone ed al loro studio di
Cefalù, è stato certamente Tommaso Giura Longo, in un articolo di presentazione di due tra i loro primi interventi a scala urbana:
TOMMASO GIURA LONGO, Nel paesaggio normanno: due edifici a Cefalù, di P. Culotta e B. Leone, rivista “L’Architettura, cronache e storia”, n. 273, luglio 1978;
4 ANTONIO ANGELILLO, Verso una primavera siciliana?, rivista “Casabella”, n. 617, novembre 1994, pp. 50 s.;
5 PINO SCAGLIONE, Architetti e architetture in Italia. Oltre i Maestri - Diario di una generazione, 1985/1996, volume n. 3 della collana “Le Parole & Le Case”, Editoriale d’Architettura, senza indicazione della città 1996, p. 32.
In effetti è questo il solo testo in cui l’esperienza degli architetti cresciuti attorno a Culotta è delineata con una trattazione abbastanza diffusa e particolareggiata, e con un’informazione sempre e rigorosamente di prima mano;
ANTONINO SAGGIO, Percorsi di architettura, nel Supplemento “Speciale Sicilia” della rivista “Costruire”, n. 130, marzo 1994, pp. 44-53;
6 FRANCO PURINI, Un paese senza paesaggio, rivista “Casabella”, n. 575-576, gennaio-febbraio 1991, pp. 40-47, a p. 45;
7 La crescita d’un positivo fermento attorno al progetto dell’architettura in Sicilia è stata esplicitamente rilevata nella Prefazione del già citato “Almanacco Electa dell’architettura italiana 1993”,
Electa, Milano 1993, p. 7.
Altri brevissimi cenni alla positiva esperienza maturata attorno alla Facoltà di Architettura di Palermo si trovano in:
GIAMPIERO BOSONI, LUCA RANZA, VIVIANA VIGANO’, Architettura italiana: sviluppi ed opere recenti, in “Annuario italiano dell’edilizia 1994”, Giuffrè Editore, Milano 1994, p. 329;
GIAMPIERO BOSONI, ANDREA NULLI, LUCA RANZA, VIVIANA VIGANO’, Architettura in Italia: edilizia, spazi aperti e paesaggio, in “Annuario italiano dell’edilizia 1995-96”, Giuffrè Editore, Milano 1995, p. 301 e p. 305.
In precedenza delle riflessioni generali sull’esperienza di alcuni più giovani architetti siciliani erano state pubblicate da:
PASQUALE CULOTTA, Giovani architetti siciliani, rivista “Casabella”, n. 515, luglio-agosto 1985, pp. 18
ss.;
PIERRE-ALAIN CROSET, Elogio dell’isola, ibidem, pp. 25 ss.;
TOMMASO GIURA LONGO, Tra “radici” e nuove coerenze, nel catalogo della mostra Giovani architetti in Sicilia,
M.ed.in.a.,
Cefalù 1985, pp. 8 ss..;
FRANCO ZAGARI, Sottili trame di sperimentazione a un bivio, nel qui citato catalogo della mostra Giovani architetti in Sicilia,
M.ed.in.a., Cefalù 1985, pp. 10 ss..
Altri autori in più occasioni hanno trattato dell’opera di singoli architetti siciliani, ma le contingenze ed i limiti di questo scritto non consentono di farne diffusamente cenno. Si segnala tuttavia:
PINO SCAGLIONE, Culotta e Leone - Restauro e ristrutturazione del Municipio di
Cefalù, rivista Domus, n. 774, settembre 1995, pp. 27 ss..
Per la delineazione di alcuni tratti della cosiddetta “scuola di Cefalù” potrebbe invece risultare utile il rinvio ad alcuni passaggi d’una mia pubblicazione:
“[...] un silenzioso ma costante lavoro sul progetto e sulla costruzione dell’architettura [...] dura in Sicilia da alcuni decenni [...], a cavallo tra il rinnovamento della Scuola, la Facoltà di Architettura di Palermo, e l’altra scuola, quella del mestiere, che con la prima per più tratti però ha coinciso, e che a Cefalù ha in Culotta e Leone i promotori e i protagonisti più conosciuti. Di queste scuole i progettisti hanno saputo mettere a frutto l’insegnamento razionale, il momento del ragionamento e della discussione dei dati del problema e delle relazioni contestuali, l’esaltazione del carattere strutturante dei percorsi pubblici pedonali, l’attenzione all’incastro esatto e alla sutura tra preesistenze e modificazione, la consapevolezza, mai timorosa, dell’importanza e della responsabilità della figurazione, l’assunzione di un supplemento di responsabilità nei confronti della cosa pubblica, di ulteriore attenzione alla città anche oltre ogni richiesta di programma; [...] temi quali la passerella, l’attraversamento, la scalata interna sperticata e verticale, il torreggiare netto dei prismi, il prevalere del pieno sul vuoto ed il loro talora improvviso capovolgimento, l’uso di schermi e di rapporti figura-sfondo, l’uso dell’intonaco quale abito totale, ed altri ancora costituiscono ormai come un sistema di luoghi praticabili, in certa misura anche da sottoporre a forzature, da provare al limite, e che abbiamo già imparato a conoscere nel complesso EGV di Culotta e Leone, o, degli stessi, nella casa Finocchiaro a Monreale, e in numerosi altri incunaboli ed esempi”. Il passo è tratto da:
MARCELLO PANZARELLA, Il contesto disciplinare, in “La Galleria Alfano a Bagheria”, volume n. 1 della collana “In Architettura plus”, L’Epos, Palermo 1993, pp. 12-16.
Nello stesso volume, alle pp. 20-21, è una bibliografia riferita ai medesimi temi qui trattati, con più particolare riguardo all’opera di Pasquale Culotta e di Giuseppe Leone.
Una recentissima ed approfondita panoramica dell’architettura contemporanea in Sicilia è in:
FRANCESCO TAORMINA, Architettura contemporanea in Sicilia. Le ragioni di una difficile identità, rivista “Parametro”, n. 215, luglio-ottobre 1996 (numero monografico), pp. 14
ss..
Nello stesso numero di “Parametro” è pubblicata una scheda a illustrazione di due opere progettate da Vincenzo Melluso con Michele Ministeri:
ANDREA SCIASCIA, Edifici commerciali a Tremestieri ed a Saponara Marittima, rivista “Parametro”, n. 215, luglio-ottobre 1996 (numero monografico), pp. 56
ss.;
8 FRANCO PURINI, tra le Risposte ad un questionario sul tema del mestiere d'architetto in Italia, rivista “d’A”, n. 14, 1995, p. 9.
Mi sembra comunque opportuno avvertire che parlare oggi di “scuola di Palermo” può forse ingenerare qualche equivoco: come ha già sottolineato Fulvio Irace nel su citato “La Sicilia degli architetti” e come pure annota Marcella Aprile nel breve saggio “Case” (sta in: MARCELLA APRILE, Casa, dolce casa, volume n. 7 della collana “Documenti e studi palermitani di architettura”, Flaccovio Editore, Palermo 1997), la facoltà palermitana di architettura accoglie oggi nel suo seno posizioni ed atteggiamenti che intendono esplicitamente sottolineare le proprie differenze. Per altro a nessuna di tali posizioni è stata fin adesso offerta alcuna reale possibilità di dare consistente prova di sé nel corpo costruito di quella stessa città. Palermo, pur così ricca dei monumenti del passato - e d’altre architetture, ancorché meno numerose, costruite fin sotto gli anni del suo “sacco” - rimane tuttora drammaticamente a corto di esempi rilevanti di architettura contemporanea.
9 Vincenzo Melluso, animatore a Messina della “Sezione Architettura” del Centro Culturale Officina 1892, ha promosso in quella città più occasioni d’incontro e studio riferite all’esperienza locale dell’architettura moderna. Ricordiamo in particolare le mostre “Il disegno di architettura nell’esperienza razionalista messinese” (21 maggio - 17 luglio 1993) e “L’architettura moderna a Messina” (2 - 17 luglio 1993), dalle quali, oltre le più note opere di Giuseppe
Samonà, Angiolo Mazzoni, Mario Ridolfi, sono emerse le figure dei messinesi Vincenzo Pantano e Filippo Rovigo.
10 La “capacità” degli architetti siciliani d'esprimere con continuità delle intenzioni di rinnovamento, un vero e proprio progetto culturale di “vocazione moderna”, è oggetto degli studi di Ettore Sessa, che ne osserva lo sviluppo tra l’ultimo quarto del XVIII secolo e il terzo decennio del Novecento. Vedi anche, a questo proposito, la sua breve nota introduttiva ad un saggio di Gisella Giammarresi sull’architettura catanese fra le due guerre; in particolare è interessante la sua ipotesi d’una debolezza costitutiva di tale “progetto”, in quanto espressione d’una pressoché assoluta coincidenza tra la compagine pluridisciplinare - sociale, scientifica ed artistica - che l’esprime, ed il mondo accademico isolano. Con gli anni ‘30 compagini e solidarietà sono dissolte, e il “progetto” decade:
ETTORE SESSA, nota senza titolo in “Giornale dell’Architettura”, n. 14, febbraio 1997, p. 4.
Ci sarebbe, a partire dalle osservazioni di Sessa, materia abbondante per riflettere sulla condizione attuale del progetto dell’architettura in Sicilia, e sull’odierno ruolo, come dianzi rilevato, della Facoltà d'Architettura di Palermo, così sulla sua forza come sulle sue debolezze: anzitutto sulla necessità per essa, e per il suo progetto, d’un radicamento profondo, già avviato, nel territorio di riferimento, e sulle sue difficoltà a stabilirlo specialmente con la città sua sede
(cfr. precedente nota 8, e nota 15 seguente); sulle prospettive, benché problematiche, di ripresa d'una compagine pluridisciplinare a partire dall’ipotesi di un’Università
Politecnica; sul ruolo che potrà avere la nuova Facoltà d’Architettura con sede a Siracusa, e sulla sua nascita avvenuta senza contributo della facoltà palermitana; sulle prospettive di filiazione da Palermo d’un corso di laurea in Architettura ad Agrigento; e tanto altro ancora;
Sul tema della modernità in architettura, nell’ambito dell’Isola, si vedano anche:
GIOVANNI PIRRONE, Architettura del XX secolo in Italia: Palermo, Vitali e Ghianda, Genova 1971;
AA.VV., Verso un disegno per Palermo, volume n. 7 della collana “Esperienza della Progettazione",
M.ed.in.a., Cefalù 1986, pp.23-65;
AA.VV., Palermo, architettura tra le due guerre (1919-1939), volume n. 4 della “Collana di pietra”, Flaccovio Editore, Palermo 1987;
ELENA SERIO, Palazzo Dara e l’opera di Leonardo Foderà a Palermo, in “Giornale dell’Architettura”, n. 12, luglio 1996, p. 7;
GISELLA GIAMMARRESI, Razionalità mediterranea: l’architettura catanese fra le due guerre, in “Giornale dell’Architettura”, n. 14, febbraio 1997, p. 4;
11 La citazione da Elio Vittorini vuol contenere la medesima dose d’ambiguità presente a suggello di Conversazione in Sicilia: l’esser Sicilia “per avventura” non riesce tuttavia nell’eliminazione radicale dell’esser Sicilia per storia e portato di tradizione. Il rinnovamento della lingua, o - per meglio dire - la sua sottoposizione ad un’operazione fortemente intenzionata d’adesione ai moduli, alla sintassi, alla visione del mondo del romanzo americano contemporaneo, non azzerano l’offesa, che certo è di qui e della storia del genere umano di qui, ma la illuminano come parte d’una più generale condizione del genere umano tout-court, il quale qui, per sua avventura, è Sicilia. L’accostamento ai problemi di quest’architettura è forse abbastanza trasparente.
12 A questo proposito è decisiva la lettura che Vittorio Gregotti conduce della casa Salem, che Culotta e Leone costruiscono sulle scogliere di Cefalù nel 1973: “Così talvolta gli elementi di riferimento culturale saltano il dibattito architettonico nazionale, in cui si finiscono per riconoscere (anche se risolti ad alto livello qualitativo) gli intrighi di una condizione provinciale, i vizi colonizzatori di una cultura giocata sui dislivelli interni, per fare riferimento ad esperienze internazionali che la distanza rende disciplinarmente ancor più rigorose, con cui il colloquio è tutto proiettivo, sino al rischio dell’astrazione, nei confronti di una diversa condizione progettuale. [...] Che qui infatti i procedimenti conformativi, la secchezza dei tagli diagonali, la precisione complessa della messa in discussione del netto volume di impianto provengano da un’attenzione all’architettura americana della generazione di mezzo (in particolare da Charles Moore e Donlyn
Lyndon) non vi è dubbio; e ciò è fatto con un’abilità e un talento addirittura innaturali in quel contesto”.
VITTORIO GREGOTTI, Una torre sul mare. Casa unifamiliare presso Cefalù, di Pasquale Culotta e Giuseppe Leone, rivista “Domus”, n. 533, aprile 1974;
13 Tra le indifferenziate ascrizioni delle architetture siciliane più recenti alla sfera d’influenza portoghese è da citare quella ad opera di Pippo
Ciorra: “In terms of ‘Critical Regionalism’ we could say that in Southern
Italy, namely in Sicily, the attitude towards minimalism and anti-intellectual architectural values favoured the birth of a new age of mediterranean style, directly influenced by the Oporto school and discretely supported by the ‘Casabella’ propaganda”.
PIPPO CIORRA, Young Guns, nel catalogo, a cura di Ado Franchini, della mostra “Nuova Architettura Italiana”, tenutasi dal 15.09 al 31.10.1996 presso l’Heimatmuseum Charlottenburg a Berlino, Ed. ALA - Laboratori Internazionali d’Architettura, Milano 1996, p. 7;
14 Tuttavia si vedano, a proposito della rappresentazione presso alcuni architetti siciliani, le osservazioni “estremizzanti” di Francesco Cellini, prodotte a partire da un’opera di Marcello Panzarella: “La logica della ‘laconicità’ è d’obbligo, e certo questo termine è ricorrente negli scritti e nelle intenzioni degli architetti siciliani. Ma non si tratta certo, come invece vorrebbero testimoniare l’austerità e la castità dei loro disegni, di un’adesione severa al moralismo modernista; ‘less is more’, in Sicilia, non convince, nel senso che qualsiasi cosa è qui, sempre, troppo; ogni modulazione della materia raggiunge subito (si fanno i conti con il classico, con gli archetipi panici della cultura mediterranea) una evidenza aggressiva. Questo dettaglio così avaramente esibito dagli architetti siciliani è sempre di una squillante sensualità, arcaico, tragico, talvolta luttuoso e teatrale”.
FRANCESCO CELLINI, Razionalismo mediterraneo, nel catalogo della mostra “Cinque architetti italiani della giovane generazione”, Edizioni di Progetto Nuovo, Avezzano 1989, p.12;
15 L’aver scansato Palermo, e l’essersi radicati nell’assai più praticabile e piccola Cefalù, sono certo all’origine di questa particolare attenzione di Culotta e Leone per la piccola città, ma certo la base e il quadro per un decisivo orientamento di rotta verso il mondo sconosciuto degli insediamenti minori e dei territori della Sicilia interna era stato fornito dall’insegnamento pionieristico di Edoardo Caracciolo (1906-1962). Insieme con quello, ma di poco posteriori, un ruolo importante hanno avuto anche le “proiezioni” che su quei territori veniva compiendo Carlo Doglio, a partire dalle sue esperienze anglosassoni, americane, olivettiane.
In particolare va però citato il Corso di Progettazione su Gratteri (PA), tenuto da Pasquale Culotta a Palermo nel 1978-79, e la pubblicazione d’esso in volume. E’ il momento in cui, per le elaborazioni della ricerca architettonico-progettuale in Sicilia, s'esplicita la necessità di guardare con modernità anche alle realtà insediative minori dell’Isola, finora sottoposte solo a non governati effetti di modernizzazione. Soprattutto da qui, attraverso i nuovi laureati, prende avvio nel territorio siciliano una più capillare diffusione dei temi e dei modi moderni del progetto.
PASQUALE CULOTTA ed altri, Abitare a Gratteri, volume n. 1 della collana “I Quaderni Neri”, Regione e Progettazione Editrice, Cefalù 1978;
16 Si veda, a questo proposito, e segnatamente riguardo al complesso residenziale e commerciale EGV di Cefalù e ad altri interventi nel centro antico di quella città, una testimonianza di Pasquale Culotta, in una conversazione con Marcello Panzarella:
PASQUALE CULOTTA e MARCELLO PANZARELLA, La dimensione della piccola città, rivista “AU, arredo urbano”, n. 34 settembre-ottobre 1989, pp. 76 ss.
Manfredo Tafuri, nell’aggiornare il suo profilo dell’architettura italiana recente, a proposito del medesimo complesso EGV, annota:
“Fra i molti tentativi di elevare il clima professionale in vari centri italiani [...] va segnalato quello di Pasquale Culotta e di Giuseppe Leone, svolto a contatto della difficile realtà siciliana: si veda ad esempio, malgrado i suoi evidenti schematismi, il complesso residenziale da loro realizzato a Cefalù. Cfr. P.-A. Croset, Complesso residenziale a Cefalù, in “Casabella”, 1984, n. 504, pp. 54-63”.
MANFREDO TAFURI, Storia dell’architettura italiana 1944-1985, volume n. 470 della collana “Piccola Biblioteca Einaudi”, Einaudi, Torino 1986, p. 226, nota 34.
Ma altri “schematismi”, non evidenziati per anni, andavano intanto producendo nelle scuole e nell’architettura italiane i loro effetti davvero devastanti.
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