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"Val la pena di ricordare F. Nietzsche: Questo paesaggio nasconde il suo
senso, ma ne ha uno che si vorrebbe indovinare: dovunque io guardi, leggo
parole e cenni di parole, ma non so dove cominci la frase che scioglie
l'enigma di tutti questi cenni, e mi viene il torcicollo a cercar di capire
se essa va letta a cominciare di qua o di là". E' quel che mi è successo
nell'accingermi a rivisitare alcune pieghe di questa città nonostante vi sia
nato e vi abbia trascorso parte degli anni della formazione.
(Così iniziavo anni fa il brano "Cartoline"
contenuto in "Figure del cemento";
Credo sia opportuno fornire al navigatore-lettore alcune pagine che
tracciano ricordi di modificazione di una città di mare…La Spezia…per l'
appunto!, pagine che contengono percorsi di visioni e l' immaginario di una
città che si modifica dal dopo guerra sino all'era postindustriale, un
paesaggio di riferimento delle metamorfosi …)
Spero vi sia nello stendere questo lavoro, una riscoperta, una rilettura
giacente nei ricordi e come un "argonauta seduto" mi appresto a ripercorrere
quegli spazi ed angoli che porto con me e nello stesso tempo rifuggo nel
rivederli.
Diverse Spezie sono già state raccontate da Falconi, Mazzini, Formentini e
Fara, quest'ultimo nella collana di De Seta, poi
Cevini ed altri ancora come Carozzi e Rozzi nell'
"Italia in formazione" dove
vengono individuate, in questa città, le prime realizzazioni di case
operaie.
…Uno scavo nella memoria, come per ripercorrere un filo e là dove s'è
spezzato annodarlo per ridare un senso; si parla
dell'evento della costruzione dell'Arsenale Militare, svolta
radicale, fine ed inizio di sviluppo del paese in città.
Guarda caso, Massimo Quaini, in un saggio ad ampio raggio "Per
una archeologia dello sguardo topografico" , si fa accompagnare, accanto
al testo, da cartografie e iconografie del golfo
(compilate per mano del capitano Pierre Antoine Clore 1808-11 - il più
attivo per la riforma del linguaggio cartografico).
Dalla cartografia ritorniamo alla carta tipografica, che de La Spezia per i
"viaggiatori", visitatori delle bellezze italiche e del mare nostrum,
rimangono piccole tracce, annotazioni tratte dai loro taccuini e "diari
di bordo". L'immergersi nel paesaggio era rito comune a tutti come
traspare dalle descrizioni della costa di Charles De Montesquieu (1728),
dagli accenni di una natura di un Alphonse De Lamartine (1826), e dagli
"scorci" sensibilmente abbozzati di un David Herbert Lawrence (1913)- si
proprio l'autore de l'amante di Lady
Chatterley- che descriveva
nelle lettere inviate dall'Hotel delle Palme di Lerici e da Fiascherino con
amicizia a Garnett, March, Murry, Asquith, Savage e Hopkin… In Che cosa ti dice la Patria! Ernest Hemingway (1922) fissò in poche
pagine il suo passaggio attraverso la città ritraendo aspetti di vita
quotidiana. Ma forse Henry James è quello che più restituisce un affresco
nitido…giunto con l'intenzione specifica di compiere un pellegrinaggio
sentimentale, che registrerà nel suo
Ritorno in Italia. "(…) il Golfo di La Spezia è oggi la sede del comando
della flotta italiana e di fronte alla città stazionavano alcune grosse
unità corazzate. Le strade
erano piene di ragazzi in flanella azzurra che stavano facendo il corso d'
istruzione a bordo di una nave scuola in rada e alla sera, c'era il
plenilunio, il piccolo frangiflutti che si allungava nel Mediterraneo
offriva a molti di loro uno scenario
piacevole effetto.
Questo fatto però, dal punto di vista di chi ama tutto ciò che è
particolare, ha poco importanza, giacché, se La Spezia è diventata una
florida città, è anche cresciuta in modo certo non bello. Il luogo è pieno
di lunghi e monotoni muri ciechi e di grandi e deserte aree di terra di
riporto ed ha perciò quell'aspetto mostruoso, più nuovo di quello delle
città del Far West, che contraddistingue ciò che è stato creato dal giovane
Stato italiano. Né potrei trovare una qualche compensazione di rilievo in un
immenso albergo di recente apertura, posto quasi in riva al mare, come
premessa di una passeggiata che sarà realizzata su questa direttrice di qui
a cinque anni circa; la zona è nel frattempo di aspetto alquanto primitivo.
L'albergo era pieno di inglesi austeri che avevano l'aria di persone
rispettabili e annoiate, mentre nel salotto affrescato in modo sfarzoso e di
cattivo gusto si teneva naturalmente una funzione della Chiesa
d'Inghilterra. Né mi piacque in modo particolare la passeggiata in carrozza
che feci a Portovenere attraverso vigne e oliveti, lungo un percorso
collinoso a fianco del Mediterraneo, fino ad un piccolo e bizzarro villaggio
in rovina su un promontorio, tanto gradevolmente desolato e ormai inutile,
quanto il nome che porta. Nei pressi del villaggio c'è una chiesa anch'essa
in rovina, che, secondo la tradizione, sorge sul sito di un antico tempio di
Venere. se la dea un giorno rivisitasse il suo santuario sconsacrato, si
fermerebbe un momento in quella quiete solare e ascolterebbe il mormorio
delle onde tranquille alla base dello stretto promontorio. se Venere fa ogni
tanto una capatina, Apollo certamente non è da meno; vicino al tempio vi è
una porta sormontata da un'iscrizione in italiano e in inglese, che vi
consente di accedere ad una cavità nella roccia piuttosto curiosa e, bisogna
ammetterlo, trasformata in qualcosa di molto dozzinale.
L'iscrizione ci dice che qui il grande Byron, nuotatore e poeta,
sfidò le onde del mar Ligure,. l'episodio è interessante, sebbene non in
misura eccessiva, poiché Byron sfidava sempre qualcosa e, se si ponessero
delle epigrafi commemorative laddove egli diede prova di sé di queste
iscrizioni, fitte come pietre militari, sarebbe piena l'Europa.
No, il grande merito di La Spezia sta, ai miei occhi, nella barca che
affittai in un piacevole pomeriggio di ottobre, per compiere la traversata
del golfo - ci vuole circa un'ora e mezza - fino alla piccola baia di Lerici
che si apre al suo esterno. Questa baia è davvero incantevole; circondata da
colline boscose tra il verde e il grigio, verso il mare ha il suo porto
vanamente difeso da un antico e meraviglioso castello in rovina, proteso su
un ardito promontorio che dà sull'imboccatura. Il luogo è un classico per
tutti i viaggiatori inglesi, poiché, giusto nel mezzo della riva incurvata
della baia, si trova la piccola villa, ora deserta, in cui Shelley passò gli
ultimi mesi della sua breve esistenza. Viveva a Lerici infatti quando partì
per la breve crociera verso sud da cui non fece ritorno. La casa che lo
ospitò si rivela, inaspettatamente, una squallida costruzione, tanto triste
quanto ci si poteva augurare di trovarla. essa si affaccia direttamente
sulla spiaggia con i suoi muri screpolati e una loggia ad archi aperta su
una piccola terrazza dal parapetto rugoso che, quando soffia il vento, si
inzuppa degli spruzzi salmastri del mare. il posto è assolutamente
solitario, logorato dal sole, dalla brezza e dalla brina e molto vicino alla
natura, proprio come doveva essere la passione di Shelley. Posso ben
immaginare con la fantasia un grande poeta lirico dei primi anni del secolo
che, seduto sulla terrazza in una calda sera, si sente molto lontano
dall'Inghilterra. In quel luogo e con il suo genio, egli deve naturalmente
aver udito nella voce della natura una dolcezza che solo l'empito lirico
avrebbe saputo tradurre. E' un luogo dove un pellegrino di lingua inglese
può, con molta onestà, nutrire pensieri e sentirsi sospinto verso
l'espressione lirica. Io tuttavia mi debbo accontentare del dire, in una
prosa incerta, che ricordo ben pochi episodi del mio viaggio in Italia più
vicini al mio cuore di quanto lo sia quel perfetto pomeriggio d'autunno:
la sosta di mezz'ora
sulla piccola fatiscente
terrazza della villa. L'ascensione fino all'antico castello che dominava
Lerici in modo singolarmente felice, la passeggiata piena di meditazioni
nella luce che si affievoliva, sulla terrazza riscoperta di viti che guarda
il tramonto e le montagne che si abbuiano, e laggiù, in lontananza verso il
mare tranquillo, oltre il quale la pallida facciata della tragica villa
osserva intensamente il chiarore della luna. Per dirla con E. Vittorini è
uno sguardo che mostra quante complicazioni di sfumature vi siano nelle già
note verità. Un
fuggevole passaggio di Roosevelt (1910) è quel che basta per registrarlo
nella memoria collettiva con una battuta popolare, e dopo un
Meriggio del golfo del solito Marinetti onnipresente non si può che
chiudere questa passerella con un notturno di Hermann Hesse
Bei Spezia racchiuso in tre quartine. Da questi luoghi partiranno per
altri destini Carlo Bo, Giovanni Giudici, Giancarlo Fusco e Giancarlo
Marmori, ed altri ancora vi presero dimora come Mario Soldati e Giorgio
Bocca ;;; o per altri ancora questi luoghi resero possibile la formazione di
opere come per Pavese…
Ora un passo indietro, Antonio Discovolo, attraverso
il sentiero già tracciato da Telemaco Signorini - che tanto aveva lavorato a
Riomaggiore - s'insedia prima a Tellaro poi a Manarola per finire a
Bonassola. La pittura divisionista entra così nella cultura locale agli
inizi del secolo e nel contempo si contano presenze di Viani, Papini, Dazzi…
persino di Tozzi ed erano anche gli anni dell'uscita dell'Eroica. Nel '50 MirKo
innalzò il totem in Piazza Brin e Birolli soggiornò a Bocca di Magra e poi a
Manarola (nella mia casa) depositando i segnali dei nuovi fronti delle arti
visive. Gino Bellani è stato testimone attivo delle mutazioni culturali
figurative dalle prime partecipazioni alle edizioni del " Premio del Golfo"
(1949-65) sino agli anni '80 e dalla fondazione del Gruppo dei 7 alla scuola
segreta dei chiaristi, alla quale presi parte. Diversi giovani artisti si
agitavano attorno agli anni '60, il fermento proveniva dalla fondazione di
una galleria della Federazione, poi … il
Gabbiano. La cultura
architettonica è legata alle brevissime stagioni dei concorsi che hanno
visto il passaggio di un Adalberto Libera per la nuova Cattedrale, del quale
ho un ricordo sfocato ma sento nitida la fatica di aver lucidato alcuni
disegni, e poi uno Scarpa con Detti e Pastor, che hanno lasciato un debole
segno di partecipazione al concorso (1955) per la progettazione di un museo
archeologico di storia naturale e di etnografia…
Se Berto Landera abbandonava la nostra città per realizzare poi grandi
sculture di fronte alla Haus Lange di Mies e alla Haus Johnson di Wright,
tra architetture di Aalto e Niemeyer a Berlino ed ancora davanti alla casa
della cultura di Wogenscky a Grenoble. la Spezia si faceva teatro (1958) del
concorso per il monumento al sommergibilista… idea lanciata dal periodico "Le
Vie del mare" e raccolta da Fabbri/Gratella, Consagra/Cocchia, Franchini/Milani,
Messina/Mascherini…
Altri concorsi fanno registrare la presenza di un giovane Adolfo Natalini
con il progetto per una scuola materna, degli allievi di De Carlo Imparato &
Mazzolani, vincitori di un ultimo concorso urbano, e di
Guarino-Marcone-Bjornsen per la passeggiata amare Lerici-San Terenzo.
Giovannoni e Fanciani, invece, vivendo architettando vengono premiati in
Giappone (1981).
chi l'avrebbe mai detto che Gaetano Pesce il piò radicale dell'Architettura Radicale sia nato in questa città (1938). Di lui si
ricordavano le sperimentazioni figurative del Gruppo N.
Inventori e innovatori non mancano, da Guglielmo Marconi che si cimenta nel
suo primo esperimento pubblico del telegrafo senza fili all'ex operaio
dell'Arsenale Sig. Tavaglini scopritore di un nuovo metallo il radiatore
argentifero.
Tra queste eccezioni e la vita quotidiana si alternavano, nei cantieri
navali, come momenti di festa di vari
delle corazzate Roma (1907) e Doria (1913) e dei sommergibili… Cinecittà,
inoltre, era vicina con Bellero, Coccolini (Galaor) e Lydia Borelli e
Guarracino (Maciste) e tanti altri…
Ricordiamo Giancarlo Giannini che al rientro dalle sue registrazioni di un
Fango sulla metropoli teneva banco in sala flipper con recitazioni estemporanee
e poi l'amico Enzo Ungari critico cinematografico…che della catastrofe in
celluluide fece un saggio.
Fin qui è un po’ come un elenco telefonico, nomi su nomi…e mancano i
soprannomi - cosa importante di
relazione tra persone e borgate. La città conserva ancora come salotto i
portici di via Chiodo… un luogo di incontro e scambio, un posto dove si
danno il cambio le generazioni, un punto di riferimento a chi ritorna da
lontano per riassumere il "tempo perduto".
E' in questi spazi che si raccontano gli avvenimenti, è sempre qui che mi
raccontarono le prime storie di città ed incominciai a "vedere" parte del
mondo attraverso le parole degli altri.
allora non tanto per scomodare Calvino e le sue
città invisibili, ma sembra di vivere in una città doppia una ferma che
scorre col tempo delle stagioni quella civile - e l'altra mobile, che si
rinnova continuamente - quella militare, tra queste due c'è una terza
dimensione, quella nascosta.
le tracce si imprimono come figure su una spiaggia sabbiosa dove il
paesaggio cambia ad ogni infrangersi d'onda…questa città è zona di
passaggio, come di frontiera, tracce di viandanti appaiono e
scompaiono…pochi resti rimangono fisicamente presenti…frammenti e schegge e
molte immagini della memoria di chi ha vissuto quel momento, e tante
cartoline. Come racconta Vittorio Savi in Rain Check. E l'aria che si
respira è sulle note di Vergasola e Nosei.
Utilizzo questo racconto (di dieci anni fa) per portare ad una riflessione
dei luoghi dismessi, delle aree abbandonate, dei vuoti urbani e soprattutto
dei waterfront che ultimamente in questi anni sono diventati un pretesto
separato, da una parte della sociologia in forma indagativa-speculativa e
dall'altra dell' urbanistica & amministrazioni che intravedono i possibili
luoghi del rinnovamento,…volevo porre dei dubbi su queste due vie ormai
consolidate come aspetti teorici…Ormai qualsiasi città, e soprattutto le
città di mare, si trovano con immense aree in dismissione da funzioni
desuete che mettono in gioco il futuro delle stesse … di solito si pensa
alle sostituzioni di funzioni anche integrate…dalla città analoga a brani di
funzioni specialistiche …sempre meno produttive…ora al di là delle scelte
che bene o male verranno prese, con le logiche di mercato, come a La Spezia(
già ampiamente percorsa dal Secchi) o Savona (con Boffill) o anche in altri
piccoli centri liguri, per non parlare di Genova (ormai decollata con la
trasformazione del porto antico), Napoli e Trieste..;pongo una domanda: ma è
ben chiaro qual è l'immagine e l'immaginario del buon posto che viene
proposto come anima della città e se è ben chiaro perché gli amministratori
e progettisti non lo comunicano
o lo rendono partecipe!? questo è il punto in questione!
Ripeto per concludere Barcellona e Berlino rappresentano due metodi di
gestire e progettare il recupero della città europea… ma lo sforzo contenuto
nel promuovere la trasformazione era unito al rammendo della storia o delle
storie sfilacciate, un rimettere in gioco l'arabesco disegno dell'immaginaio
senso dell'identità, del carattere…
Il tema dell' waterfront è proprio un fine lavoro d'immagine di
connotazione, dove il senso profondo della città si riferisce, pensiamo alle
storiche rappresentazioni pittoriche delle città di mare raffigurate con il
fonte sulla piazza d'acqua -porto un'immagine schietta, chiara che
rappresenta la configurazione, l'icona di un organismo ospitante.
bdb
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