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Forse
varrebbe la pena di riflettere dove stiamo andando… l'accumulazione di
accelerazione delle informazioni sui tempi del quotidiano e dei modi di
produzione dilatano lo spazio … in un iperspazio o addirittura la
dimensione della città territoriale
estesa e continua nella densità del costruito europeo come unica dimensione
e unica città.
Alle
città di pietra si sono sovrapposte città di latta, poi di vetro, poi
ancora di luce e insegne…
ora
dopo i vuoti urbani e spazi allotropi più i non … il virtuale arranca
trovando uno spazio parallelo come doppio al reale.
Modificazioni
rapide del territorio; mobilità ma anche incorporazioni e sostituzioni
in
dinamiche legate ai flussi di popolazioni emigranti che stratificano
favorendo la complessità dei rapporti e delle tensioni dello spazio,
dilatando le identità e le tradizioni.
Ubiquità
e stanzialità convivono in un alternarsi di due mondi a fusi orari
diversi…
Come
sono lontani gli spagaroli di Sanbenedetto del Tronto, il tiburtino, la
Martella, i Sassi di Matera, le memorie
e speranze di Carlo Doglio, i tentativi di Danilo Dolci, le sperimentazioni
di Ricci a Riesi e di De Carlo a Urbino, le scoperte di luoghi inesplorati
di un'Italia misteriosa e profonda, la riscoperta delle isole…e delle
montagne, l'incontro e la riconoscibilità di una cultura contadina…
Rovistando
in soffitta ho ritrovato la collezione di Comunità, una raccolta
fortunosamente recuperata tempo fa dalla biblioteca Mario Labò in disarmo,
sfogliando dal primo numero (1949)
ai
cento e passa… si ha un'immagine dell'Italia realista e della cultura
architettonica concreta basata sui valori e le entità locali. Sembrano
tempi lontani ma sono solo passati cinquant'anni eppur in questo spettro sembra insinuarsi una distanza oceanica,
dove subentrano le smemorie e amnesie do un passato importante e fondativo.
Il
concitato dibattito sul virtuale sulle tecnologie e sulle nuove dimensioni
del comunicare tanto giocando per giocare sposta il centro della realtà su
delle dimensioni, dove neppure più l'utopia si può più ritrovare,
apparentemente necessarie…
Questo
nuovo modo o mondo del progetto deve far pensare…quanto si allontana dalla
cultura materiale, dalle tecniche e tecnologie legate al profondo senso
della tradizione locale, delle piccole unità, delle geografie
artigianali…
Forse
val la pena di ritrovare un senso di identità, in fondo la mostra
fallimentare di Graz dei '50
in
qualche modo ha dato un segnale… Non confondiamo i giochi di ricognizione
e ricerca urbanistica di un Boeri con l'architettura, il nostro paese ha una
densità costruita più di altri nell'ambito
europeo, con maggior stratificazione e significative presenze… operare in
un e su un tessuto già ricco di segni ci induce alla cautela del gioco
dello sciangai, aggiungere e sottrarre con la leggerezza e l'equilibrio
…senza incidere sul sistema.
Riprendere
con matura riflessione un rapporto con il paesaggio e i luoghi,
approfondendo le differenze è strada maestra… già riconosciuta a livelli
internazionali, l'operare di Muratori, Morozzo della Rocca, BBPR,Gardella,Valle,
De Carlo, Gabetti& Isola, l'ultimo Rossi , poi Natalini,
Guerri,
Venezia e la scuola palermitana…..hanno già tracciato diversi
sentieri..che le nuove generazioni, in pochi seguono ( Zucchi e Pellegrini),
attirate dalle mode effimere del momento inseguono per costruire analogici
curriculum tra concorsi cartacei e figurazioni mirabolanti…
Si
può correre il rischio, cosa che è già in atto, della non più
riconoscibilità dell'architettura da parte dell'utenza…addirittura
dell'inutilità come comunicazione… rimanendo solo un gioco interno
ristretto alla sfera disciplinare o di categoria…
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