E’ già passato un anno dal seminario
“architetture Metropolitane”
e si affacciano
altri nuovi incontri su temi svariati
ma che girano attorno alla scala del
paesaggio.
Il punto fermo
almeno per noi è la periferia ed il
paesaggio
che si trasforma.
Esiste nei nostri sistemi insediativi
parti di città consolidate
e
altre in continua evoluzione
per abbandoni, per sovrapposizioni,
per infrastrutture.
Già in “Manuale forme
insediative e infrastrutture”
edito dalla Marsilio (2002) che
raccoglie ricerche
coordinate da Aimaro Isola in 12 scuole
di Architettura,
bene li tra quelle pagine si trova
uno
spaccato dell’Italia che si trasforma
strade, autopiste, superstrade,
viadotti,
ponti, quadrifogli, raccordi,
sovrapassi,
bretelle, spaghetti,cinture,
tangenziali,sopraelevate,
nuove direttrici e trasversalità
dentro
i paesaggi del palinsesto.
Segnali di un possibile tema del
moderno
in strutture e sovrastrutture
lo avevamo visto
nel Piano d’Algeri, nelle tecnoutopie,
nei paesaggi onirici delle avanguardie
radicali
nei testi di Cook ( architettura:azione
e progetto ed. calderini 1970)
e
Branzi
(moderno-postmoderno-millenario, ed. studio forma
1980
& quarta metropoli, ed. Domus
academy 1990),
dagli OMA a Koolhaas, da Multiplycity .
A proposito di “Contents” (taschen
ed. 2004)
new libro di Rem
libro, magazine, fumetto, catalogo
dove
il progetto di architettura si racconta
sempre più complesso
e di grossa scala.
Questa malia
la si avverte anche nei seminari di
Villard 4
(piccoli aeroporti) raccolti in Edil
Stampa (2004),
dalle riflessioni di Furio Colombo in
una
“la città è altrove” (mancoso ed.
2003)
Ma vedo anche la scuola di Reggio C.
che con Claudio Roseti macina i
“nuovi paradigmi dell’architettura
contemporanea –
in frammenti teorici ed ermeneutici del
progetto
(iiriti ed. 2003) o le infaticabili
ricognizioni di Pino Scaglione
che scandaglia la valle di Crati da
Cosenza a Rende raccolte
in un quaderno edito da rubbettino nel
2003.
Insomma terreni aperti dall’ILA&UD
con “territori and identity”,
“reading and design of territory”, etc
Ma già nelle tesi di De Carlo (anni
settanta) emergeva
il segnale di rovesciare il
cannocchiale per l’architettura
di vedere i suoi presupposti ancorati a
sistemi di
relazione a più respiro, puntiformi,
stratificati..
Su questa linea si possono comprendere
i progetti di Gabetti&Isola per il
centro direzionale Fiat e la Bicocca,
le operazioni plastiche (non per forma)
di Eisenman
per
la city of culture of Galicia a Santiago de
Compostela…
i temi dei seminari di Camerino
di Giovanni Marucci come
“vaghi paesaggi d’architettura”
etc.
L’infrastruttura non è solo tema
funzionale
ingegneristico di viabilità
e/o collegamenti
ma è intrigante tema d’architettura
di città, di paesaggio, di
territorio…
Sotto questa prospettiva
anche le forme cambiano, diventano
organiche,
naturali, plastiche, tettoniche,
morfologiche…
il recupero della land art come
fenomeno
di progetto;
allora tutta questa smania di inseguire
il nuovo
in forme per le forme
virtuali e digitalizzate inseguendo
la moda
ma estrane ai problemi
separa nettamente il pensiero
tra progetto di design da quello di
architettura.
Le periferie urbane, terreni allotropi
urgono di essere
riprogettati
al di là di discorsi estetici o
teorici,
per semplice umanità.
Bastarebbero semplici marciapiedi,
la definizione di un piano di
illuminazione
e qualche piantumazione…senza
scivolamenti
in arredi urbani ed altre invenzioni a
parchi…
di che??!!
In altri casi il manipolamento di un
progetto forte
nel tempo ma con chiaro orizzonte
immaginario dove si possa partecipare
abitando
la trasformazione.
La città diffusa và governata
sentita come policentrica
nell’interesse di un divenire
dove i giochi si complicano.
BDB