PAESAGGI 

STANZE 
rubrica 
di 
BRUNETTO DE BATTE' 

cinquantaseiesimo numero

INFRASTRUTTRE

E’ già passato un anno dal seminario “architetture Metropolitane”

e si affacciano  altri nuovi incontri su temi svariati

ma che girano attorno alla scala del paesaggio.

Il punto fermo

almeno per noi è la periferia ed il paesaggio

che si trasforma.

Esiste nei nostri sistemi insediativi

parti di città consolidate

e

altre in continua evoluzione

per abbandoni, per sovrapposizioni,

per infrastrutture.

Già in “Manuale forme  insediative e infrastrutture”

edito dalla Marsilio (2002) che raccoglie ricerche

coordinate da Aimaro Isola in 12 scuole

di Architettura,

bene li tra quelle pagine si trova  uno

spaccato dell’Italia che si trasforma

strade, autopiste, superstrade, viadotti,

ponti, quadrifogli, raccordi, sovrapassi,

bretelle, spaghetti,cinture,

tangenziali,sopraelevate,

nuove direttrici e trasversalità

dentro

i paesaggi del palinsesto.

Segnali di un possibile tema del moderno

in strutture e sovrastrutture  lo avevamo visto

nel Piano d’Algeri, nelle tecnoutopie,

nei paesaggi onirici delle avanguardie radicali

nei testi di Cook ( architettura:azione e progetto ed. calderini 1970)

e

Branzi  (moderno-postmoderno-millenario, ed. studio forma 1980

& quarta metropoli, ed. Domus academy 1990),

dagli OMA a Koolhaas, da Multiplycity .

A proposito di “Contents” (taschen ed. 2004)

new libro di Rem

libro, magazine, fumetto, catalogo

dove

il progetto di architettura si racconta sempre più complesso

e di grossa scala.

Questa malia

la si avverte anche nei seminari di Villard 4

(piccoli aeroporti) raccolti in Edil Stampa (2004),

dalle riflessioni di Furio Colombo in una

“la città è altrove” (mancoso ed. 2003)

Ma vedo anche la scuola di Reggio C.

che con Claudio Roseti macina i

“nuovi paradigmi dell’architettura contemporanea –

in frammenti teorici ed ermeneutici del progetto

(iiriti ed. 2003) o le infaticabili ricognizioni di Pino Scaglione

che scandaglia la valle di Crati da Cosenza a Rende raccolte

in un quaderno edito da rubbettino nel 2003.

Insomma terreni aperti dall’ILA&UD

con “territori and identity”,  “reading and design of territory”, etc

Ma già nelle tesi di De Carlo (anni settanta) emergeva

il segnale di rovesciare il cannocchiale per l’architettura

di vedere i suoi presupposti ancorati a sistemi di

relazione a più respiro, puntiformi, stratificati..

Su questa linea si possono comprendere

i progetti di Gabetti&Isola per il

centro direzionale Fiat e la Bicocca,

le operazioni plastiche (non per forma)

di Eisenman

per  la city of culture of Galicia a Santiago de Compostela…

i temi dei seminari di Camerino

di Giovanni Marucci come

“vaghi paesaggi d’architettura”  etc.

L’infrastruttura non è solo tema funzionale

ingegneristico di viabilità

e/o collegamenti

ma è intrigante tema d’architettura

di città, di paesaggio, di territorio…

Sotto questa prospettiva

anche le forme cambiano, diventano organiche,

naturali, plastiche, tettoniche, morfologiche…

il recupero della land art come fenomeno

di progetto;

allora tutta questa smania di inseguire il nuovo

in forme per le forme

virtuali e digitalizzate inseguendo

la moda

ma estrane ai problemi

separa nettamente il pensiero

tra progetto di design da quello di architettura.

Le periferie urbane, terreni allotropi

urgono di essere  riprogettati

al di là di discorsi estetici o teorici,

per semplice umanità.

Bastarebbero semplici marciapiedi,

la definizione di un piano di illuminazione

e qualche piantumazione…senza scivolamenti

in arredi urbani ed altre invenzioni a parchi…

di che??!!

In altri casi il manipolamento di un progetto forte

nel tempo ma con chiaro orizzonte

immaginario dove si possa partecipare abitando

la trasformazione.

La città diffusa và governata

sentita come policentrica

nell’interesse di un divenire

dove i giochi si complicano.

BDB