- Il progetto di Cerdà è il risultato di un attento studio
sull'evoluzione dell'urbanizzazione; la necessità dell'uomo di cercarsi una dimora per
proteggersi e la sua disposizione a socializzare è all'origine dell'urbanizzazione.
Cerdà innanzitutto analizza gli agglomerati che chiama "urbes" e li suddivide
in " urbes acquatiche e urbes terrestri", quindi distingue le parti in cui è
diviso il territorio dell'urbe: cioè la regione, il suburbio e il nucleo urbano e ne
studia i loro rapporti. Dopo aver analizzato il territorio dell'urbe, sufficiente a dare
un'idea del modo di vivere della popolazione, passa a definire i suoi limiti che possono
essere naturali o artificiali, penetra, quindi, all'interno dell'agglomerato e si occupa
in primo luogo del tracciato delle vie urbane o strade; tali vie sono il prolungamento
delle vie naturali ( mari, passi, fiumi e valli)
alle quali l'urbe deve la sua origine; e dopo aver analizzato i tracciati delle vie urbane
( orizzontali e verticali ), le loro articolazioni e incroci, la loro pavimentazione e i loro limiti laterali e superiori,
analizza il terreno edificabile in quanto base dell'abitazione e obiettivo finale
dell'urbanizzazione.
L'abitazione è considerata come urbe elementare, infatti l'urbe è un insieme di luoghi,
di abitazioni e di vie, e la casa è un insieme di spazi che deve soddisfare i due
bisogni: il movimento ( corridoi) e la sosta ( camere), come pure l'urbe deve soddisfare
gli stessi bisogni: il movimento (vie ) e la sosta (abitazioni).
Ogni urbe ha dovuto soddisfare le esigenze, le abitudini, i costumi degli abitanti di ogni
epoca, quindi ha dovuto subire nel tempo delle trasformazioni e si può dire che queste
vanno di pari passo con la storia della locomozione. Quest'ultima si può dividere in
cinque tappe distinte; la prima è quella della locomozione pedonale, in cui l'uomo usa le
sue gambe per spostarsi; poco dopo egli utilizza gli animali domestici per il trasporto; nella terza fase al
trasporto a dorso d'animale succede il trasporto a traino; nella quarta fase, alla slitta
vengono aggiunte le ruote; e infine, nella quinta vi è l'introduzione del motore
meccanico. Ciascuno di questi mezzi di locomozione ha predominato per un periodo più o
meno lungo. E per la tendenza di ogni generazione a conservare e rispettare ciò che la
generazione precedente le aveva lasciato in eredità, da qui la necessità di
adeguamento delle strade che ha determinato in ogni epoca il carattere particolare
dell'urbe.
Nella prima fase le strade atte solo alla viabilità pedonale erano strette, irregolari,
con angoli acuti e zig zag. Con l'utilizzo degli animali, prima, e dei traini, poi, le
strade subirono delle modifiche; esse furono allargate dove si poteva intervenire. Però
queste trasformazioni erano dettate dall'esigenza del momento, senza pensare alle
innovazioni future, quindi l'urbe era sempre impreparata all'introduzione dei nuovi mezzi
di locomozione, come quelli a motore della quinta fase.
Accanto alla necessità di vie più larghe, nasce anche l'esigenza di un numero maggiore
di abitazioni che l'amministrazione risolve aumentando il numero di piani di un edificio e
diminuendo l'area delle abitazioni, rendendole minuscole, scomode e insalubri. Da qui la
necessità di una riforma che, oltre a migliorare l'urbe antica, fondi accanto ad essa
un'altra urbe.
Ed è questo che Cerdà propone per l'ampliamento ed il miglioramento di Barcellona.
- Per Cerdà si tratta di modificare, per mezzo dell'urbanistica,
lo stato reale di una società che egli non può più accettare. La sua città sarà la
proiezione spaziale della società ideale che egli ha costruito nel suo universo
ideologico, perchè una società non può raggiungere la perfezione che attraverso una
proiezione nello spazio.Questo approccio percorre in parte la strada dell'utopia, ma il Piano di Barcellona non poteva
esserlo.
- Secondo Cerdà " le città sono un prodotto della storia, è
vero, ma della storia dell'oppressione, della storia antinaturale, e non della vera storia
umana."
" Bisogna tornare alle radici della storia prima della snaturalizzazione dell'uomo,
bisogna studiare l'urbanizzazione ruralizzata. L'urbanizzazione perfetta sarà dunque il
risultato dell'accoppiamento ideale della natura e del progresso tecnico".
- La città di Cerdà deve essere il più possibile omogenea, per
assicurare l'equivalenza di tute le situazioni spaziali. Deve assicurare il massimo d'igiene pubblica, e pur preservando l'indipendenza dei nuclei
famigliari, deve permettere e facilitare le relazioni sociali grazie ad un sistema
efficace di comunicazioni. Questi sono i principi che giustificano l'immensa scacchiera di
Cerdà.
- Anche se il piano Cerdà ha qualcosa in comune con i vari piani
americani (New York, Filadelphia), tuttavia il procedimento concettuale, la scala e,
soprattutto, la struttura stessa delle vie e degli isolati sono complessivamente diversi.
Cerdà ha adottato la scacchiera per ottenere un sistema regolare ed omogeneo.
Per garantire un'uguaglianza perfetta, sociale e di condizioni igieniche, bisognava
orientare gli assi in maniera da dare alle case la stessa quantità di luce. Per quanto riguarda la città storica, proponeva, a
titolo provvisorio, di cominciare ad inserirla parzialmente nella trama
ortogonale, in
attesa di una parziale demolizione per realizzarvi un sventramento.
La grande innovazione della città di Cerdà sta nella concezione delle vie e degli
isolati. secondo lui la vita urbana si compone, come già detto, di due funzioni
essenziali: il movimento e la stasi. L'isolato è il luogo della residenza individuale e
familiare; la via è il luogo della comunicazione con il mondo esterno, con la
natura e
con la società. Il legame tra questi due elementi costitutivi della città dipendeva
dunque da un rapporto di ordine superiore tra le due funzioni: la via delimitava
l'isolato, dandogli una forma quadrata di 113 metri di lato con quattro smussature di 20
metri, che trasformavano gli incroci delle vie in piazze ottagonali, che rendono più
facile la circolazione.
Gli isolati così configurati erano degli ottagoni di 12.370 mq. di superficie, di cui
almeno 8.000 occupati da giardini. In tal modo la superficie costruita avrebbe dovuto occupare soltanto due lati dell'isolato, fatto
che, insieme alla scomparsa della "strada corridoio", rappresentava nel 1859 una
vera rivoluzione.
In questo modo l'intimità dell'abitazione veniva rispettata e veniva contemporaneamente
assicurata una buona ventilazione e l'esposizione al sole in ogni ora della giornata.
Le strade erano larghe 20 metri (dimensione smisurata per quel tempo), eccettuati gli
assi principali, larghi 60 e 80 metri, che permettevano contemporaneamente il passaggio di
6 pedoni e 4 veicoli in ciascun senso.
Quanto ai servizi, il modello teorico del progettista indicava un centro sociale e
religioso per ogni quartiere di 25 isolati, un mercato ogni 4 quartieri, un parco urbano
ogni 8 quartieri, e un ospedale, situato all'esterno della città, per ogni 16 quartieri.
La densità media reale era di 250 ab/ ha che corrispondeva agli standard raccomandati.
Alcuni superlotti (dall'unione di 4 lotti) erano destinati ad edifici pubblici e un
piccolo nucleo direzionale amministrativo era concentrato ad est della vecchia città,
sopra Barceloneta; tra centri ospedalieri erano previsti sul Montjuich, a Gracia e fra il
parco del Besos e S. Andres de Palomar; un ippodromo occupava lo spazio di 14 lotti fra
Gracia e Las Glorias; il cimitero decentrato si trovava a monte della zona urbanizzata; due
canali deviavano le acque collinari verso il mare.
I limiti geografici del piano erano il fiume Besos verso est; le colline di Montjuich,
verso ovest; il mare, a sud; e la vecchia strada romana pedecollinare, verso nord.
La omogeneità della maglia era spezzata da due diagonali: la Avenida de la Meridiana (che si collegava al borgo di S. Andres de Palomar) e la Avinguda Diagonal, tangente
all'abitato di Gracia. Le due arterie confluivano in una grande piazza: la Plaza de las
Glorias Catalanas.
Gli altri due assi tematici emergenti erano l'attuale Gran via de les Corts Catalanes
(anticamente detta Avenida Jose Antonio Primo de Rivera), che, dai piedi del Montjuich (oggi Plaza de Espana) e scorrendo
quasi in tangenza alla città vecchia nei pressi della Plaza de Cataluna, attraversa Las
Glorias, legandosi poi al nuovo parco del Besos e proseguendo oltre il fiume; e il Paseo
de Gracia, uno dei dati di partenza per l'impostazione del piano.
L'urbanizzazione di Barcellona, già fin dal 1860, è però poco coerente con lo spirito
che ispirò Cerdà. Su ciò pesano gli interessi fondiari, la situazione
del mercato urbano, le tendenza di agglomerazione spontanea.
Così, a parte marginali difformità di tracciato, il piano organico di Cerdà si
sviluppa, ne più nè meno, come una griglia di accumulazione che permette alla rendita
fondiaria di strutturarsi liberamente secondo i movimenti del mercato. Gran parte della
zona che Cerdà aveva destinato al verde pubblico viene occupata da edifici pubblici o da
chiese.
Ad un ciclo economico negativo fa poi seguito un decennio di espansione per Barcellona,
nel quale la borghesia realizza enormi profitti con investimenti edilizi.
Nel 1895 viene autorizzata la costruzione all'interno degli isolati fino all'altezza del
primo piano.
Al principio del nuovo secolo il Piano Cerdà appare ormai inadeguato alle ambiziose
aspirazioni delle classi dirigenti. Nel 1903 Leon Jauselj vince un concorso internazionale
per un nuovo piano.
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- da "Teoria
generale dell'urbanizzazione"di Ildefonso Cerdá 1867 a
cura di Antonio
Lopez de Aberasturi